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TRADUZIONI “DA BRIVIDI”

Cinema: quando l’adattamento del titolo compromette il messaggio

Dead Poets Society”, “The Shawshank Redemption”, “Home alone”: sono solo alcuni esempi di titoli per lo più sconosciuti al pubblico italiano, di film in realtà famosissimi e noti con titoli completamente diversi: stiamo parlando rispettivamente di “L’attimo fuggente”, “Le ali della libertà” e “Mamma, ho perso l’aereo”.

A differenza di quanto accade in altri Paesi europei, in Italia prevale la tradizione del doppiaggio dei film d’importazione e, con essa, della traduzione/dell’adattamento dei relativi titoli. Ciò si giustifica sostanzialmente con la necessità di fare arrivare il prodotto in lingua straniera (soprattutto in inglese, visto che si tratta perlopiù di film americani) al massimo numero di spettatori italiani, ma, come vedremo nel prosieguo, a volte accade che si sfrutti tale necessità per asservirla a mere tattiche distributive.

Poiché il titolo è il biglietto da visita di un film è su di esso che si concentrano gli sforzi dei produttori e dei distributori per ottenere la massima efficacia comunicativa.

Nella scelta di un titolo italiano per un film straniero esistono tre possibilità: il mantenimento del titolo originale, con o senza sottotitolo esplicativo; la traduzione del titolo originale, con o senza aggiunte e/o modifiche; la piena riformulazione. Ed è proprio a quest’ultima opzione che viene spesso fatto ampio ricorso, anche ove non necessario.

Se in pochissimi casi il “nuovo” titolo risulta perfettamente riuscito o persino migliore di quello originale, per aumentare la commerciabilità e quindi il successo di una pellicola sul mercato italiano i titoli vengono talvolta storpiati con risultati discutibili, nella convinzione che il cambiamento sia necessario perché il titolo originale sarebbe “sbagliato” o non vendibile, così correndo il rischio di snaturare i contenuti dell’opera di partenza, facendola apparire quella che non è o addirittura scadendo nella demenzialità più assoluta o nella volgarità gratuita.

Tra i titoli italiani che si discostano totalmente da quelli originali per fare maggiore presa sul pubblico, vi sono quelli che contengono parole “chiave” ovvero parole che vengono usate puntualmente perché in genere gradite al grande pubblico italiano. Tra queste ci sono quelle a carattere romantico-sentimentale (in particolare “amore”, “amicizia” o “bacio” e tutte le loro varianti) e, paradossalmente, parole “volgari” o contenenti un richiamo di natura sessuale, per tentare di etichettare i prodotti cinematografici abbinandoli a diverse sottocategorie di pubblico. Ci sono infine i vari tentativi di ammiccare a titoli di successo del passato, come nel caso di “Prima ti… poi ti…” o “Se mi lasci…”, di cui talvolta si è abusato come nel caso di “Se mi lasci ti cancello”, adattamento deprecabile del titolo “Eternal sunshine of a spotless mind”, preso a prestito dal verso di una poesia di Alexander Pope. Il titolo originale sicuramente necessitava di modifica, essendo poco conosciuto quel richiamo letterario nel nostro Paese, ma il titolo italiano, pur non mentendo sul soggetto, altera completamente il tono del film, facendo apparire una commediola comico-romantica ciò che invece è tutto all’opposto di quanto suggerito. In questo caso i distributori italiani, con questa scelta di titolazione, avranno probabilmente ottenuto un risultato contrario a quello voluto: chissà quanti, infatti, saranno i cinefili che, trovatisi di fronte a questo titolo, avranno scartato il film avendone travisato il senso!

  • Giovanni

    Non avete citato il celeberrimo “Lost in Translation”, che fa da ciliegina sulla torta con l’aggiunta tutta italiana “L’amore tradotto”. Titolo che conferma, tra l’altro, la teoria di quanto scritto nell’articolo a proposito dell’utilizzo delle parole-chiave per rendere i titoli più accattivanti al pubblico medio…più accattivanti, forse, ma non certo più sensati.

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