Acronimi e abbreviazioni nel campo medico: croce e delizia di un traduttore

Quando la traduzione si approccia a un testo appartenente all’ambito medico, prestare particolare attenzione alla terminologia specifica – oltre che alla consueta forma – costituisce il punto focale dell’operato di qualsiasi mediatore. Se da un lato il traduttore può contare su tutta una serie di corrispondenze univoche tra lingue che rendono impossibile commettere errori grossolani (parti del corpo, determinati tipi di patologie, ecc), dall’altro lato esiste un minuto specchietto per le allodole in grado di far vacillare e tentennare anche il più esperto dei professionisti: gli acronimi e le abbreviazioni, la cui pressoché infinita varietà rischia di far naufragare il mediatore in un mare di guai.

I successi della ricerca scientifica, la scoperta di nuove patologie e, soprattutto, la penuria di incastri e di possibilità costituita da un alfabeto limitato danno adito, oggigiorno, a casi di ambiguità che sono tutt’altro che ancore di salvataggio per un traduttore. Quando poi, per le più disparate motivazioni, il documento sorgente non viene messo a disposizione nella sua integrità (frasi, parti o sommari estrapolati dal contesto originario), non è sufficientemente leggibile (fotocopie di documenti ufficiali, scansioni poco accurate) oppure non è stato sottoposto a una rilettura (errori di battitura, maiuscole al posto di minuscole e viceversa), il traduttore deve armarsi di tutta la pazienza e di tutto il supporto necessari per riuscire a produrre un risultato soddisfacente e privo di imperfezioni o di disattenzioni. All’atto pratico, già la sola combinazione italiano-inglese permette di argomentare questo punto critico con una certa disinvoltura e vi sono infiniti esempi che si possono dedurre a partire da un qualsiasi glossario realizzato per il settore.

Prendiamo, per esempio, il caso di un paziente ospite in una clinica privata o in una casa di cura per anziani per il quale venga prescritta una procedura basata su “BR”. La sigla viene utilizzata in inglese nell’ambito infermieristico per delineare tanto il Bed Rest (riposo a letto) quanto le Bedrails (ringhiere per il letto) e, senza alcun tipo di indicazione aggiuntiva, un traduttore non potrebbe in alcun modo stabilire se l’immobilità del paziente sia consigliata oppure coercitiva. La speranza è costantemente che sul documento siano presenti alcuni piccoli segnali (tipo di istituto ospedaliero o clinica, anamnesi, diagnosi, specializzazione del medico curante, ecc) in grado di strizzare l’occhio al traduttore e salvargli la vita – o quanto meno la dignità professionale.

Ancora, se su un documento viene descritta una terapia e all’interno della stessa si parla di cap treatment, cosa può indirizzare il mediatore verso un semplice “capsula” quando la resa in maiuscolo nell’originale avrebbe fatto luce su ben altre sostanze specifiche (CAPClarithromycin-Amoxicillin-Pantoprazol)? In questi casi, peccare di leggerezza sostituendo il secondo termine col primo comporterebbe potenziali situazioni di pericolo per il paziente stesso e per coloro che lo circondano e si rende pertanto necessaria un’attenzione particolare alla resa, onde evitare situazioni spiacevoli in cui potrebbe concorrere la responsabilità (civile o penale) del traduttore.

Cosa dire poi di tutti quegli spiacevoli episodi in cui un refuso o un documento poco leggibile potrebbero compromettere gravemente la resa? Se, rimanendo nel contesto terapeutico inglese, al posto della sigla latina c.m.s. (cras mane sumendus, “assumere domani mattina”) si leggesse c.n.s. (cras nocte sumendus, “assumere domani sera”), quali conseguenze ci sarebbero per il potenziale paziente a causa dell’errore di traduzione, volontario o involontario che sia? E se, avendo a che fare con l’area cardiaco-polmonare, si collegasse un dato valore numerico presente nel testo al termine RMI (Risk of Malignancy Index – Indice di rischio di malignità) invece che al termine PMI (Point of Maximal Impulse – Punto di massimo impulso)? Non sarebbe certo situazione da prendere a cuor leggero.

Tutti questi esempi permettono di giungere a una conclusione logica ed efficace: la ricerca e il controllo terminologico costituiscono le fondamenta imprescindibili quando ci si approccia a testi appartenenti al campo medico-farmaceutico; laddove il mediatore ne sia carente, una buona autoformazione supportata da testi autorevoli, verificati e ufficiali unita al supporto di un professionista del settore o al contatto diretto col cliente può rappresentare la chiave di volta per interpretare correttamente il testo e grazie alla quale fornire un servizio professionale e impeccabile.

Originally posted 2014-03-18 15:42:04.

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